Lontano da qui
musica di: Filippo Perocco

libretto di: Riccardo Fazi 
Claudia Sorace

direttore: Marco Angius
realizzazione scene e video: Maria Elena Fusacchia

direttore: Marco Angius
Ensemble Strumentale del Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto
Ensemble L’Arsenale

madre: Daniela Nineva

figlia: Livia Rado
natura: Emanuela Sgarlata

coproduzione: Istituzione Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli” e Fondazione I Teatri di Reggio Emilia
opera commissionata da: Istituzione Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto “A. Belli”
con il supporto di: Fondazione per la Musica Ernst Von Siemens Music Foundation

Apparentemente tutto sembra in quiete: il sole sta per tramontare come sempre e come sempre profumano i fiori. La natura si mostra serena, racchiusa nel suo eterno, ciclico movimento fatto di ritorni. La sera, è quella uguale a ogni altra. Tra le case, fatte antiche, di pietre e di stucco, ce n’è una: tra le sue mura, la voce di una figlia. Si sfila dalle lenzuola, esce dal letto, torna in bagno, si bagna il viso, entra in cucina, dove la televisione è ancora accesa.
Se il tempo veramente è ciclico, perché non provare a tornare indietro? Perché non cercare di riavvolgere il nastro? Forse, se si riuscissero a compiere gli stessi gesti, si potrebbe tornare lì, prima che tutto accada. Forse, se si rifacesse tutto perfettamente uguale, si potrebbe partire, andare via, uscire da questo tempo e mettersi in strada. Lontano da qui.

Quando succede qualcosa di brutto capita spesso, dopo, di ripercorrere gli ultimi momenti prima che il fatto accada. A me questo succede anche per piccoli incidenti domestici: se allungo una mano per prendere un bicchiere e lo manco, facendolo cadere dal tavolo, mi capita di ripensare al gesto che avrei dovuto fare per non farlo cadere, di sentire la memoria fisica del bicchiere racchiuso nella mano e di sentire che l’ho mancato, di sentire la sua assenza nella mano. E allora ripenso al gesto che avrei dovuto fare e non ho fatto.
Qualcosa di simile mi accade anche nei sogni. Quando il sogno sta sprofondando verso l’incubo intervengo a riavvolgere il nastro e costruisco altre strade per arrivare alla salvezza. La realtà è diversa dal sogno, ma è vero che l’immaginazione è una grande risorsa per riguardare quello che abbiamo vissuto, anche senza avere la speranza che cambi il finale. Credo che questa sia una difesa naturale dalla velocità del tempo, che spesso non ci lascia capire quello che ci sta veramente accadendo al tempo presente.
Lontano da qui è una vicenda divisa tra un prima e un dopo. Prima che accada una catastrofe a cambiare il normale corso degli eventi. Dopo che è accaduta per archiviare tutto quello che è stato. È il tentativo di riavvolgere il nastro, non tanto nella speranza che la catastrofe non accada, quanto per cercare di attraversare tutto quello che è stato e che non è più per poterlo portare via con sé, nel futuro. Prima tutto scorre in una tranquilla routine, tra una madre e una figlia che abitano una casa di un piccolo paesino. Poi tutto cambia. La casa che prima era il luogo della routine, non sempre piacevole, come tutte le routine, si scompone.
La figlia inizia un percorso all’inverso, tornando al passato, in cerca di una via d’uscita verso il futuro.
Riattraversando il passato si trova ogni volta qualcosa di diverso, d’inaspettato, che non avevamo visto quando il tempo scorreva al dritto. Càpita ripensando alla propria infanzia per esempio, che ogni momento della nostra vita risveglia ricordi diversi, forse più collegati al nostro presente che al nostro passato. Oppure nell’altalenante rapporto che spesso si ha con i propri genitori tornano a galla nella memoria gesti di dolcezza sconfinata o di incredibile rabbia.


Quando mi hanno chiesto di lavorare ad un’opera che partisse dal tema del terremoto (la catastrofe che segna il passaggio tra il prima e il dopo della vicenda) ho cercato prima di tutto di cercare un legame emotivo ed immaginativo con persone che potevano aver vissuto un evento di questo impatto. Non ho cercato un legame con il tema, ma con la complessità emotiva delle persone che hanno vissuto un evento disastroso come questo. Perché avere un legame con un tema è difficile, con l’emotività delle persone meno. Quindi ho cercato di immaginare cosa farei io se succedesse a me qualcosa del genere: come nel caso del bicchiere o del sogno cercherei
di tornare indietro nel tempo. Da qui, insieme a Riccardo Fazi e alla complicità di Filippo Perocco (che nel frattempo componeva la musica) si è innescato il piano immaginativo che fonda il lavoro.
Una donna riguarda la sua vita la sera prima che arrivi il terremoto, ma allo stesso tempo è guardata da una natura più grande di lei, che la avvolge e la circonda, indifferente alla sua vicenda. La natura è quella verde della Valnerina, dove gli alberi si alternano ai corpi delle pecore. Il luogo dell’azione è una casa, che vediamo nel primo
atto attraverso un tulle. I piccoli gesti serali della madre e della figlia sono accompagnati da testi videoproiettati, come ad amplificare la loro conversazione. Il tentativo è stato quello di costruire un’esile storia, che inquadra gli eventi all’interno di una cornice narrativa, e che permette allo stesso tempo di superarla, lavorando dal punto di vista dell’immagine e della visione su un piano non propriamente realistico, cercando di creare un legame emotivo con la vicenda. Per questo la casa ricopre un ruolo fondamentale: alter ego della figura materna, luogo rifugio per antonomasia, assume le diverse forme dell’immaginazione della figlia, si muove con lei, con i suoi stati d’animo. Ora che lo spettacolo è quasi finito mi torna spesso in mente un bellissimo e terrificante racconto di Nathaniel Hawthorne che si chiama L’ospite ambizioso. La storia di svolge in una casa, che si trova in una gola ai piedi di un montagna. Una notte arriva un ragazzo che chiede ospitalità. La famiglia lo accoglie per la cena, e lui parla dei suoi progetti e dello splendido futuro che lo attende. A un certo punto si sente un rumore sinistro, e sono tutti così spaventati che escono di corsa da casa. Proprio questa scelta è fatale, perché una valanga li travolge tutti, lasciando invece illesa la casa.
Mi piacerebbe che il clima di attesa e di circospezione di questo racconto fosse quello di Lontano da qui. Quasi come in una favola i personaggi sono parte di un disegno più grande di loro. La natura che guarda le nostre protagoniste è la stessa che incombe sulla casa del racconto di Hawthorne. Solo che in Lontano da qui c’è qualcuno che si salva, che porta avanti la narrazione, ed è la figlia. L’evento catastrofico che ha cambiato la sua vita la mette davanti alla necessità di costruire qualcosa di nuovo. La casa, il paese, i luoghi che abitava erano dei rifugi, ma allo stesso tempo, forse, erano degli ostacoli alla sua crescita. Riavvolgere il nastro aiuta a salutare tutto quello che ci lasciamo alle spalle. Come quando si diventa grandi e bisogna con sofferenza tagliare via quello che ormai non ci appartiene più, buttare i vestiti che ci stanno piccoli, smettere di frequentare gli amici con cui non abbiamo più niente da dirci.
Rielaborare quello che è stato non è un’attività nostalgica, è al contrario una potente azione risanatrice, che crea le condizioni per andare avanti in maniera più libera e spregiudicata. La nostra protagonista, la figlia, compie questo movimento, prima di essere pronta ad andare via, piena di tutto quello che è stato, lontano da qui.

Claudia Sorace