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	<title>Muta Imago</title>
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		<title>Displace</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Dec 2011 18:05:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>organizzazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[On tour]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[2011

<em> Displace </em> è il senso che ci governa in questo momento. È la polvere che ci avvolge tutti e non rende chiaro nulla, né quello che abbiamo davvero, né quello che abbiamo perso per sempre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione Muta Imago<br />
regia, scena, luci Claudia Sorace<br />
drammaturgia, suono Riccardo Fazi<br />
direzione tecnica Maria Elena Fusacchia con l&#8217;aiuto di Luca Giovagnoli<br />
voce off Speranza Franchi, Fabiana Gabanini<br />
accompagnamento artistico e tecnico Luca Brinchi<br />
training Glen Blackhall, Fabio Ghidoni<br />
vestiti di scena Fiamma Benvignati<br />
foto di scena Luigi Angelucci<br />
assistente tecnico di scena Giulia Maria Carlotta Pastore<br />
organizzazione Manuela Macaluso, Martina Merico, Maura Teofili</h4>
<h4>con Anna Basti, Chiara Caimmi, Valia La Rocca, Cristina Rocchetti<br />
soprano Ilaria Galgani</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2011<br />
coproduzione Romaeuropa Festival 2011, Festival delle Colline Torinesi 2011, Focus on Art and Science in the Performing Arts<br />
con il sostegno di Regione Lazio – Assessorato alla cultura, Spettacolo e Sport<br />
in residenza presso L&#8217;Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, La Corte Ospitale – Teatro Herberia, Inteatro Polverigi, Città di Ebla<br />
in collaborazione con Centrale Preneste, Kollatino Underground, Angelo Mai</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;">Displace(v.tr.): muovere o spostare dalla posizione o dal luogo usuali,<br />
in particolare, costringere qualcuno ad abbandonare la propria patria.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;">Un deserto. La crosta meteorizzata di un pianeta. Un luogo desolato, senza dimensioni né tempo.<br />
In questo luogo una donna. Della donna la voce, e il canto.<br />
Dietro di lei, nel buio, l’impressione di un movimento, l’aria mossa dal respiro di una materia enorme: appaiono frammenti di roccia, crateri, percorsi polverosi che si avvolgono su loro stessi per poi sprofondare di nuovo nell’ oscurità.<br />
Il canto riempie l’aria e con esso la grande superficie che chiude lo spazio si mostra sempre di più, fino a dichiarare la sua vera natura. Un muro che è memoria e già rovina, che trattiene sulla sua superficie i segni di quello che è stato e che non è più, che potrebbe essere e non sarà. Un deposito di tempo materico che prende vita, respira, si dilata, batte.<br />
Il canto diventa grido.<br />
Il respiro diventa colpo.<br />
Improvvisa, la rovina.</p>
<p style="text-align: justify;">Intorno a noi, oggi, costruzioni e pensieri si trasformano rapidamente nei loro stessi resti, senza che nulla riesca a sostituirli.<br />
Dal centro di questo sgretolamento abbiamo deciso di lanciare un urlo: un urlo per tutto quello che si è perso, un urlo per le strade che stiamo per intraprendere e per le distanze che dovremo percorrere. Un urlo che è anche canto, elegia; un urlo che cerca disperatamente di creare una sospensione, un oblio temporaneo di passato e futuro, uno spazio di riposo tra la memoria e l&#8217;attesa, un luogo che possa assomigliare alla felicità, alla possibilità. Un ultimo, disperato attacco di fronte alla rovina. Una rovina che accade, inevitabilmente, come da tempo era previsto. E che lascia davanti a sé solo la strada da percorrere, il rumore dei passi, le distanze del cammino, e i volti di tutte le persone che dovranno attraversarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Displace</em> è il senso che ci governa in questo momento. È la polvere che ci avvolge tutti e non rende chiaro nulla, né quello che abbiamo davvero, né quello che abbiamo perso per sempre. È la casa che non abbiamo più, o forse quella che non abbiamo mai avuto, il movimento e il cambiamento costante che caratterizzano le nostre vite. È la corsa di un’intera civiltà, la nostra, verso la propria inesorabile distruzione, è il nostro tentativo di collocarci all’interno di questo collasso. È il termine utilizzato in inglese per indicare i rifugiati che vengono “spostati”, sistemati più o meno coercitivamente in un luogo diverso da quello di origine: emigranti, rifugiati politici, esuli, clandestini.<br />
Ma è anche e soprattutto la storia di una donna, un individuo sopravvissuto a un conflitto, la cui avventura riverbera fino a raccontare del destino di un’intera nazione. Sola, in scena, la donna si moltiplica e diventa popolo, la sua vicenda e il suo personale dolore risuonano nei corpi e nelle immagini di una guerra e di una terra dove non resta nulla se non rovine e macerie, fango e sudore. Come ne <em>Le Troiane </em>di Euripide, fonte principale del lavoro: Troia è ormai solo un mucchio di rovine e su Ecuba e le sue compagne incombe il trauma della perdita e dello sradicamento, in inglese, del <em>displace </em>che dà nome al nostro progetto. Donne che hanno perso tutto quello che avevano, che ora si trovano su una spiaggia deserta a lottare per rialzarsi in piedi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Displace </em>è la storia di una fuga, di una lotta, quindi di una possibile resurrezione: è il cammino, la strada da percorrere fino in fondo. Perché si possa comprendere se sia giusto lottare per mantenere il poco che resta, o se invece sia il caso di distruggerlo definitivamente, e dimenticare, perché dalle ceneri possano finalmente nascere possibilità nuove.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Displace </em>è nato dopo due anni di lavoro su materiali scenici e tematici che hanno portato alla realizzazione di due performance: <em><a title="Displace #1  La Rabbia Rossa" href="http://www.mutaimago.com/displace1-la-rabbia-rossa/">Displace # 1 La Rabbia Rossa</a> </em>(debutto ottobre 2010, RomaEuropa Festival, Roma)<em> </em>e <em><a title="Displace #2 Rovine" href="http://www.mutaimago.com/displace-2-rovine-2/">Displace # 2 Rovine</a> </em>(debutto giugno 2011, Festival delle Colline Torinesi, Torino).<br />
È una tragedia in tre atti, un racconto epico al cui interno tutti gli elementi trovano, per la prima volta, senso compiuto e unico.</p>
<p style="text-align: right;">Riccardo Fazi</p>
<p style="text-align: left;"><strong><span style="color: #888888;"><br />
<img title="{#wordpress.wp_more_alt}" src="http://www.mutaimago.com/wp-includes/js/tinymce/plugins/wordpress/img/trans.gif" alt="" /></span></strong></p>
<p><strong><span style="color: #888888;">Circuitazione</span></strong></p>
<p><span style="color: #ff3706;">2011</span><br />
Romaeuropa Festival, Roma</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Displace #2 Rovine</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Jul 2011 14:06:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>organizzazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[2011

Le rovine ci circondano. Rovine private e pubbliche, personali e condivise. Rovine di una civiltà, la nostra, che non riesce più a dettare i suoi tempi e il suo respiro, circondata da forze che diventano sempre più grandi e inconoscibili, che premono ai confini ogni giorno di più.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione Muta Imago<br />
regia, spazio e luci Claudia Sorace<br />
drammaturgia e suono Riccardo Fazi<br />
immagini e movimento Vincent Fortemps<br />
video Luca Brinchi, Maria Elena Fusacchia<br />
vestiti di scena Fiamma Benvignati<br />
assistenza tecnica Maria Elena Fusacchia, Luca Giovagnoli<br />
voce off Fabiana Gabanini<br />
foto di scena Luigi Angelucci<br />
organizzazione Manuela Macaluso, Martina Merico, Maura Teofili</h4>
<h4>con Anna Basti, Chiara Caimmi, Valia La Rocca, Cristina Rocchetti<br />
canto lirico Ilaria Galgani</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2011<br />
coproduzione Festival delle Colline Torinesi 2011<br />
con il sostegno di Regione Lazio – Assessorato alla cultura, Spettacolo e Sport<br />
in collaborazione con: Inteatro Polverigi, L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, Centrale Preneste, Città di Ebla</h4>
<h4>Un ringraziamento particolare a Glen Blackhall</h4>
<h4 style="text-align: right;"><span style="color: #000000;"><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;"><em>Things fall apart,<br />
</em></span><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;"><em>the center cannot hold.<br />
</em></span><span class="Apple-style-span" style="font-weight: normal;">W.B.Yeats</span></span></h4>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Displace # 2 Rovine</em> è stato presentato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi 2011, come seconda tappa del progetto <em>Displace.<br />
</em>Una tappa intermedia che in realtà segna un atto di apertura: un’installazione di quindici minuti costruita intorno alla presenza di una imponente costruzione scenica: una parete di ferro, gesso, sabbia e acqua, il cui respiro, insieme a quello del canto del soprano Ilaria Galgani e a quello delle immagini del disegnatore belga Vincent Fortemps ci racconta di un mondo perduto il cui crollo immediato e repentino lascerà solo il vuoto della ricerca</p>
<p style="text-align: justify;">Le rovine ci circondano.<br />
Rovine private e pubbliche, personali e condivise. Rovine di una civiltà, la nostra, che non riesce più a dettare i suoi tempi e il suo respiro, circondata da forze che diventano sempre più grandi e inconoscibili, che premono ai confini ogni giorno di più.<br />
Sentiamo di essere al centro di un grande cambiamento.<br />
Con un piede su un passato che non possediamo più e l’altro su un futuro che non riusciamo a immaginare, viviamo in un presente fatto di costruzioni e pensieri che si trasformano rapidamente nei loro stessi resti, senza che nulla, almeno per ora, riesca a sostituirli.</p>
<p style="text-align: justify;">Oggi, in noi e intorno a noi, in chi ci è vicino, leggiamo comprensione e smarrimento. Comprensione, chiara, della sottrazione che sta avvenendo: smarrimento rispetto alle scelte da fare perché non si venga ingoiati dal vuoto che ne consegue.<br />
Chi può, chi ha il coraggio o la codardia per farlo, parte, va via, intraprende un viaggio nella speranza di un futuro, impossibile ritorno al punto di partenza.<br />
Noi, dal centro di questo sgretolamento lanciamo un urlo: un urlo per tutto quello che si è perso, un urlo per le strade che stiamo per intraprendere e per le distanze che dovremo percorrere.<br />
Un urlo che è anche canto, elegia: un urlo che cerca disperatamente di creare una sospensione, un oblio temporaneo di passato e futuro, uno spazio di riposo tra la memoria e l’attesa, un luogo che possa assomigliare alla felicità, alla possibilità. Un ultimo, disperato attacco di fronte alla rovina. Una rovina che accade, inevitabilmente, come da tempo era previsto. E che lascia davanti a sé solo la strada da percorrere, il rumore dei passi, le distanze del cammino, e i volti di tutte le persone che dovranno attraversarlo.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Rovine</em> è forse la storia di una sopravvissuta, la tragedia di un individuo che diventa il destino di un’intera nazione. Come ne <em>Le Troiane</em> di Euripide, Troia è solo un mucchio di rovine e su Ecuba e le sue compagne incombe il trauma della perdita e dello sradicamento: in inglese, del <em>displacement</em> che dà nome al nostro progetto. Ecuba ha perso tutto quello che aveva, è stata costretta ad abbandonare quella che una volta considerava casa: ora si trova su una spiaggia deserta a lottare per rialzarsi in piedi, in attesa che il mare si calmi e le navi dei Greci possano partire, con lei, verso un futuro sconosciuto e nuovo.</p>
<p style="text-align: justify;"><span class="Apple-style-span" style="color: #555555;"><strong><br />
Circuitazione</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff3300;">2011</span><br />
Festival delle Colline Torinesi, Torino</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Displace #1  La Rabbia Rossa</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Feb 2011 12:22:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[On tour]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[2010

 <em> La Rabbia Rossa </em> rappresenta il nostro tentativo di mettere in scena un sentire immediato, una reazione istintiva, irrazionale e primitiva di fronte a un mondo e al suo collasso.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione Muta Imago<br />
regia, spazio e luci Claudia Sorace<br />
drammaturgia e suono Riccardo Fazi<br />
assistenza tecnica Maria Elena Fusacchia, Luca Giovagnoli<br />
vestiti di scena Fiamma Benvignati<br />
foto di scena Luigi Angelucci<br />
organizzazione Manuela Macaluso, Martina Merico, Maura Teofili</h4>
<h4>con Anna Basti, Chiara Caimmi, Valia La Rocca, Cristina Rocchetti</h4>
<h4 style="text-align: justify;">produzione Muta Imago 2010<br />
coproduzione Focus on Art and Science in the Performing Arts<br />
con il sostegno di Regione Lazio – Assessorato alla cultura, Spettacolo e Sport<br />
in collaborazione con Inteatro Polverigi, L’arboreto – Teatro Dimora di Mondaino, Centrale Preneste, Città di Ebla, Angelo Mai</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="right"><em>Mi viene quasi da pensare che fosse meglio l’antica, insensata, purezza animale.<br />
</em>Sylvia Plath, Diari</p>
<p><em> </em></p>
<p><em><br />
Displace #1 La Rabbia Rossa </em>è stata la prima manifestazione del più grande progetto <em>Displace</em>. È una performance di 38 minuti, la cui drammaturgia si sviluppa unicamente a partire dall’utilizzo dei corpi dei performer e della luce che agisce su di loro.</p>
<p><em>La Rabbia Rossa </em>rappresenta il nostro tentativo di mettere in scena un sentire immediato, una reazione istintiva, irrazionale e primitiva di fronte a un mondo e al suo collasso; una reazione che chiede di accadere presto, prima che si bruci e consumi, che vuole essere restituita nella maniera più diretta e schietta possibile, senza costruzioni o abbellimenti.</p>
<p style="text-align: justify;">Lo spazio è scuro, di dimensioni indefinite.<br />
Una figura si muove al suo interno. Dietro di essa, l’eco di altre come lei, che si fa sempre più forte col passare dei minuti.<br />
Il loro cammino, forzato e costretto da fasci di luce in continuo movimento.<br />
Confini, barriere, soglie: geometrie che disegnano strade e costringono a un andare coatto apparentemente senza senso.<br />
In questo spazio vuoto e desolato, dove restano solo il ferro e polvere, le figure sono circondate da loro stesse, dalle loro visioni, dall’eco dei suoni che i loro gesti producono: bloccate in un presente fatto di niente, tra un passato che non posseggono più e un futuro che non riescono nemmeno a immaginare.<br />
Poi, lentamente, una lotta, una resurrezione. Una guerra contro la luce e il suono, una rinascita dall’ oscurità e dall’ isolamento: buio e luce che si fanno muscoli e carne. Così da riappropriarsi del proprio corpo, di un volto che possa tornare a essere glorioso e pulsante, risorto, vivo.</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un libro bellissimo, si chiama <em>La nube purpurea</em>, lo ha scritto M. P. Shiel nel 1901. Racconta la storia dell’ultimo uomo sopravvissuto sulla terra dopo che un disastro ambientale ha eliminato completamente la razza umana. Vediamo quest’uomo spostarsi in continuazione all’interno di un mondo ormai vuoto, fatto di città vuote, di strade altrettanto deserte. Improvvisamente, circa a metà libro, quest’uomo fa qualcosa di completamente inatteso: inizia a distruggere tutto quello che incontra, tutte le tracce lasciate dalla sua razza e ad essa sopravvissute. Incendia tutte le città che incontra nel suo peregrinare, così da affermare ancora una volta il suo essere vivo e unico, in un mondo di silenzio e tragica solitudine.<br />
Con questa performance volevamo indagare il sentimento che emerge dopo che si perde tutto quello che si possedeva.<br />
Perché dentro di noi brucia una stella fredda e la memoria non è solamente un posto confortevole dove poter tornare.<br />
E non siamo soltanto un fascio di ricordi passati e di sogni futuri.<br />
Siamo un fascio di carne che ha bisogno di muoversi e urlare.<br />
E il colore è quello della rabbia, del sole e del sangue, e il sudore è ricoperto di polvere.<br />
La disposizione mentale è tutto.<br />
Bisogna essere soli per creare mondi.<br />
Bisogna essere soli per distruggerli.</p>
<p style="text-align: left;"><em><span class="Apple-style-span" style="color: #888888; font-style: normal;"><strong><br />
Circuitazione</strong></span></em></p>
<p><span class="Apple-style-span" style="color: #ff3706;">2012</span><br />
Teatro Cecchetti, Civitanova Marche</p>
<p><span class="Apple-style-span" style="color: #ff3706;">2011<br />
</span>Biennale Teatro, Venezia | International theatre festival Sirenos, Vilnius | Ipercorpo, Forlì | Orestiadi, Gibellina | Old Power Station, Ljubljana | Fondazione Teatro Vittorio Emanuele, Noto | Fabbrica Europa Festival, Firenze</p>
<p><span style="color: #ff3706;">2010</span><br />
Pim Spazio Scenico, Milano | Roma Europa Festival, Roma</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Madeleine</title>
		<link>http://www.mutaimago.com/madeleine/</link>
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		<pubDate>Tue, 08 Feb 2011 22:34:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[On tour]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[2009

<em>Madeleine</em> è la storia di un’attesa. Di un lento avvistamento. Un avvicinamento, un countdown inarrestabile, una inesorabile discesa verso un destino prefigurato. Il sogno e la paura sono gli elementi costitutivi del mondo di <em>Madeleine</em>.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione: Muta Imago<br />
regia e luci: Claudia Sorace<br />
drammaturgia e suono: Riccardo Fazi<br />
realizzazione scena: Luca Giovagnoli, Massimo Troncanetti<br />
vestiti di scena: Fiamma Benvignati<br />
foto di scena: Luigi Angelucci, Laura Arlotti</h4>
<h4>con Glen Blackhall, Chiara Caimmi</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2009<br />
coproduzione RomaEuropa Festival; Bassano Opera Festival; Artlink Association Romania<br />
con il sostegno di Regione Lazio – Assessorato alla cultura, Spettacolo e Sport<br />
in collaborazione con Centro Valeria Moriconi e Amat per Premio Valeria Moriconi/Futuro della Scena; L’Arboreto – Teatro Dimora di Mondaino; Centrale Fies; Teatro Fondamenta Nuove; Kollatino Underground; Città di Ebla</h4>
<h4>un ringraziamento a Irene Petris per il lavoro svolto insieme</h4>
<h4>presentato nell’ambito del festival europeo TEMPS D’IMAGES 2009</h4>
<h4 style="text-align: right;"><em><br />
Il sogno è nero come la morte.</em><br />
Theodor W. Adorno</h4>
<p style="text-align: left;"><em>Madeleine</em> è la storia di un’attesa. Di un lento avvistamento.</p>
<p style="text-align: justify;">Un avvicinamento, un countdown inarrestabile, una inesorabile discesa verso un destino prefigurato.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lev</em> raccontava di un uomo che cerca di tornare. In <em>Madeleine</em> una donna aspetta un ritorno. Non sa se e come accadrà, non sa quando. Ma sa che arriverà, che sarà imprevedibile, devastante, distruttivo: farà esplodere tutto quello che nel tempo ha potuto costruire.</p>
<p style="text-align: justify;">Tutto all’inizio appare sereno, sicuro, protetto: la donna, sola, abita un luogo tranquillo, definito. I gesti sono essenziali, i movimenti abbozzati restano sospesi nell’aria. Lo spazio è fermo, precisamente delineato, le linee che lo attraversano disegnano percorsi e direzioni ben precise.<br />
Ma lentamente, in maniera inesorabile, uno strano incanto viene a posarsi sulle cose, come una vertigine che muove quello che non dovrebbe essere spostato: piccoli segnali, contraddittori, si affacciano tra le pieghe della realtà: un refolo di vento, il passaggio improvviso di un’ombra, una luce che si sposta o che si spegne all’improvviso. La donna cerca di difendersi, di mantenere il controllo su ciò che la circonda.<br />
Un’atmosfera di strana elettricità finisce per riempire la scena.<br />
La donna si rende conto che non resterà sola a lungo.<br />
Il sogno e la paura sono gli elementi costitutivi del mondo di <em>Madeleine</em>.<br />
Insieme a due performer, un uomo e una donna. Insieme a una scenografia fatta di soglie, di proiezioni, di inganni, di trasparenze, di riflessi. Insieme alla nebbia, al fumo e al vento.<br />
Perché ci sentiamo assediati. Perché sentiamo che qualcosa di terribile sta per accadere, e non sappiamo come reagire, e ci rintaniamo nelle nostre case di carta, sperando che reggeranno all’impatto. Abbiamo paura. Cerchiamo di ignorare i segnali, che pure esistono; sminuiamo il nostro stesso sentire. Il passato, preferiamo dimenticarlo, archiviarlo, tenerlo in costante liquidazione; al futuro, ci è impedito di pensare, troppo occupati a preservare un presente costantemente minacciato.<br />
Temiamo la perdita, l’abbandono, l’esuberanza vera, le passioni eccezionali e oscure; siamo sconvolti dall’abbraccio completo di un movimento che non sia diretto, ma spiraliforme, concentrico, femminile.<br />
Forse solo il sogno resta quel territorio mitico che è sempre stato: il luogo dove le barriere crollano, quello che è lontano si incontra contro la nostra volontà, e le direzioni non sono prevedibili: questo luogo vorremmo indagare. Di questo stato d’attesa, vorremmo fare esperienza. Di questa inutile lotta per resistere, e della scoperta che arriverà dopo la sconfitta, vorremmo parlare.<br />
Perché la tempesta non aspetta più: improvvisa arriva, stravolge, trascina. Sembra separi, ma in realtà unisce. Sembra distrugga, ma in realtà spoglia del superfluo, scopre, manifesta, e con il suo passaggio lascia, sparsi, frammenti di verità pura.</p>
<p><span id="more-1442"></span><br />
<strong><span style="color: #555;">Circuitazione</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2011</span><br />
Teatro Studio, Scandicci</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2010</span><br />
Teatro Donizetti, Bergamo | Vie Scena Contemporanea Festival, Modena | International Festival de Les Brigittines, Bruxelles | Mittelfest, Cividale del Friuli | Centro Parraga, Murcia</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2009</span><br />
Teatro Pergolesi, Jesi | RomaEuropa Festival, Roma | Temps d&#8217;images, Cluj-Napoca</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Lev</title>
		<link>http://www.mutaimago.com/lev/</link>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 12:25:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[On tour]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.undertakers.it/test/?p=1561</guid>
		<description><![CDATA[2008

Uno spettacolo costruito sullo sguardo di Lev Zasetsky, paziente di Alexander Lurja, celebre neuropsichiatra russo.<em>Lev</em> parte dal silenzio, ma è pieno di storie; sembra una perdita ma è una lotta, una ricerca, un’avventura. Ha la forma di un viaggio verso casa.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione: Glen Blackhall, Riccardo Fazi,  Claudia Sorace, Massimo Troncanetti<br />
regia: Claudia Sorace<br />
drammaturgia e suono: Riccardo Fazi<br />
realizzazione scena: Massimo Troncanetti<br />
vestiti di scena: Fiamma Benvignati<br />
registrazioni: canto Irene Petris<br />
registrazioni: pianoforte Marco Guazzone<br />
foto di scena: Luigi Angelucci, Laura Arlotti</h4>
<h4>con Glen Blackhall</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2008<br />
coproduzione Ztl-pro/Santasangre – Kollatino Underground; Kilowatt Festival<br />
con il sostegno di Inteatro/Scenari Danza 2.0; Amat; Regione Marche – Assessorato alle Politiche Giovanili e Ministero per le Politiche Giovanili e Attività sportive<br />
in collaborazione con AgoràKajSkenè (Aksè Crono 2008); Demetra – Produzioni Culturali</h4>
<h4>segnalato al Premio tuttoteatro.com Dante Cappelletti 2007</h4>
<p style="text-align: justify;">Un uomo apre gli occhi. Si guarda intorno. C’è poca luce, non riesce a capire dove si trova. Attraversa lo spazio, conta i passi, si avvicina a una parete, in cerca di rumori. Appoggia l’orecchio al muro. Le luci esplodono, le pareti diventano mucchi di fango e tra le grida dei compagni e i fischi delle pallottole l’uomo si getta a terra.<br />
E riprende a ricordare.<br />
Il mondo intorno è un recinto di forme indecifrabili. Le regole con cui si muove la realtà sono sconosciute. Lo spazio e il tempo non scorrono più su linee prevedibili. I ricordi arrivano all’improvviso, all’improvviso scompaiono.<br />
Solo, deve combattere. Per rimettere insieme i pezzi. Per riuscire ad uscirne fuori.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Lev</em> parte dal silenzio, ma è pieno di storie; sembra una perdita ma è una lotta, una ricerca, un’avventura. Ha la forma di un viaggio verso casa.<br />
Abbiamo costruito uno spettacolo sullo sguardo di Lev Zasetsky, paziente di Alexander Lurja, celebre neuropsichiatra russo.<br />
Abbiamo scoperto tra le pagine del suo diario una vertigine che parlava di noi e di come ci sentiamo ora.<br />
Abbiamo lavorato un anno per cercare di avvicinarci il più possibile a un mistero che ci affascina. Un mistero che affiora, a tratti, che dura poco e presto scompare. Inafferrabile, si concede per attimi e chiede una costante attenzione perché non vada sprecato.<br />
Lavoravamo e ci chiedevamo, in continuazione: cosa ha a che fare con noi la storia di un soldato russo che a seguito di una ferita alla testa, perde la capacità di ricordare? Perché vogliamo raccontarla, cosa di essa vogliamo trattenere e cosa dimenticare? Perché continuiamo a leggere e rileggere le pagine di un diario che parlano di una vita intera passata a combattere nel tentativo di ricostruire un’ identità?</p>
<p style="text-align: justify;">Il diario di Lev inizia nel 1943, con questa frase:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>La gente pensa in grande. Il pensiero si solleva, oltre le nostre teste, immagina palazzi sempre più alti, aerei sempre più veloci, comunicazioni sempre più immediate. La gente parla del cosmo, e degli spazi cosmici. E la nostra terra è una piccolissima particella di questo cosmo infinito. Ma la gente non pensa alla terra, pensa e sogna voli sui pianeti. La gente considera di ordinaria amministrazione il volo delle pallottole, dei proiettili, delle bombe che si frantumano e vengono scagliate nella testa di un uomo, avvelenando e bruciando il suo cervello, mutilando la sua memoria, la sua vista, il suo udito, la sua coscienza.</em></p>
<p style="text-align: justify;">E termina, nel 1958 con queste parole:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>Sì la guerra, la guerra, quanti disastri ha fatto all’umanità, quanti morti ha provocato, quanta gente ha mutilato, quanta altra gente ha inchiodato ad un letto, a quanta gente ha tolta la possibilità di fare del bene. Ma nel prossimo futuro cominceranno i voli nello spazio e in primo luogo i voli sulla luna e sui pianeti vicini, voli che ci daranno maggiori possibilità di fare delle scoperte e di arricchirci di sostanze ed elementi poco diffusi, forse, sulla terra, e che si trovano invece sugli altri pianeti.</em></p>
<p style="text-align: justify;">Tra questi due pensieri, una vita intera spesa a combattere contro una malattia che, Lev non poteva saperlo, non sarebbe mai potuta migliorare. Trent’anni a cercare di ricostruire, pezzo dopo pezzo, un’identità, un passato, così da riuscire a possedere un presente.<br />
Noi vogliamo parlare di questa lotta, che ostinatamente non può fare a meno di essere ottimista.<br />
E scoprire in essa il tratto costitutivo del nostro essere umani.</p>
<p style="text-align: right;">Riccardo Fazi</p>
<p><span id="more-1561"></span><br />
<strong><span style="color: #555555;">Circuitazione</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2012<br />
<span style="color: #000000;">Teatro alla Cartiera, Rovereto | Teatro Vittoria, Vittoria  </span></span></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2011</span><br />
Orestiadi, Gibellina | Fadjr Festival, Teheran | Teatro Aurora, Marghera | Oda Teatro, Foggia</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2010</span><br />
Theatre de la Ville, Parigi | Mittelfest, Gorizia | We are Here, Castelfranco Veneto |  Teatro dell’Aquila, Fermo | Teatro I, Milano</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2009</span><br />
Unidram Festival, Potsdam | Sophiensaele, Berlino | Festival Prospettiva, Torino | Clipa Aduma Festival, Tel Aviv | Festival Cyl, Salamanca | Premieres Festival, Strasburgo | Bipod Festival, Beirut | Teatro Rossini, Pesaro</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2008</span><br />
Altri Percorsi, Macerata | Zoom Festival, Scandicci | Nuovo Studio Foce, Lugano | Romaeuropa Festival, Roma | Ipercorpo, Forlì | Kilowatt Festival, Sansepolcro | Festival di Santarcangelo, Santarcangelo di Romagna | Inteatro Festival, Polverigi | Teatro Palladium, Roma</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		<title>(a+b)3</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Feb 2011 08:22:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[On tour]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

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		<description><![CDATA[2007

Una coppia d’amanti, due figurine felici che si preparano per uscire:  mettono il vestito bello, i capelli hanno la piega appena fatta, un giro di perle al collo, le scarpe lucide. Si muovono rapidi, la loro danza si ferma di fronte ad uno specchio, che ne incide i nomi sulle ombre sottili. Poi arriva la guerra.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione e regia: Claudia Sorace<br />
drammaturgia e suono: Riccardo Fazi<br />
realizzazione scena: Massimo Troncanetti<br />
vestiti di scena: Fiamma Benvignati<br />
registrazioni audio: Federica Giuliano</h4>
<h4>con Riccardo Fazi, Claudia Sorace</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2007</h4>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Una coppia d’amanti, due figurine felici che si preparano per uscire: mettono il vestito bello, i capelli hanno la piega appena fatta, un giro di perle al collo, le scarpe lucide. Si muovono rapidi, la loro danza si ferma di fronte ad uno specchio, che ne incide i nomi sulle ombre sottili.<br />
Poi arriva la guerra.</p>
<p style="text-align: justify;">Plinio il Vecchio racconta che la pittura nacque quando una ragazza ricalcò il contorno dell’ombra del suo giovane innamorato sulla parete della sua stanza. Il ragazzo sarebbe partito la mattina successiva, allora lei, la notte, tenendo la lanterna vicino al viso di lui e vedendo proiettarsi un’ombra sul muro, disegnò i contorni della sua ombra.<br />
Forse questa storia non continua come la fa continuare Plinio il Vecchio, con il padre della ragazza che realizza un ritratto d’argilla a partire dal disegno della figlia (così, si racconta, nasce la scultura).<br />
Forse questa storia continua a partire dal gesto di lei, dal tentativo di trattenere qualcosa che sfugge, che non si può afferrare. Come quando cade un oggetto qualsiasi, e stiamo per afferrarlo, la mano lo sfiora di poco, ma non si riesce a prenderlo, cade.<br />
Orfeo sta risalendo un lungo sentiero, silenzioso, scosceso, buio. Euridice lo segue, perché lui ha incantato tutti laggiù, nel regno dei morti, ed è riuscito ad ottenere in dono la possibilità di riprendersi la sua sposa. I due camminano, lui più avanti, non deve guardarla fino al ritorno in superficie, questo è il patto, e lei lo segue a qualche passo di distanza.<br />
Orfeo si gira, lei cade indietro, tende le braccia, cerca di abbracciarlo, ma non afferra nulla se non l’inconsistente aria. Euridice torna ombra, corpo senza peso, forse il ricordo di ciò che era stata in terra.<br />
Questi due gesti nascono dalla stessa necessità, ma non c’è consolazione in nessuno dei due. L’immagine che rimane sul muro non dà pace quando manca il corpo che l’ha generata. L’ombra ha trasportato il viso di lui sulla parete, ma l’ombra è falsa, inganna e confonde. Euridice abbraccia l’aria, dimenando le braccia, che finiscono per richiudersi su lei stessa. Anche lei vuole trattenere, afferrare, fermare, ma il suo movimento non trova un corpo, continua ad annaspare le braccia nel vuoto senza arrivare a qualcosa che fermi il suo cercare.<br />
Questi gesti raccontano l’eterna ricerca di un’assenza e il tentativo di tracciare un confine che possa sancire una presenza.</p>
<p style="text-align: right;">Claudia Sorace</p>
<p><span id="more-1486"></span><br />
<strong><span style="color: #555555;">Circuitazione</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2011</span><br />
Festival Escrita na Pasaigem, Evora &#8211; Avis | Centrale Preneste, Roma | Fadjr Festival, Teheran | Teatro Ta.TA’, Taranto</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2010</span><br />
Festival Contemporanea, Segni | Mittelfest, Gorizia | Opera Prima Festival, Rovigo | Festival Internazionale delle Ombre, Staggia Senese | Florian Espace, Pescara | Trafò, Budapest | Are we human, Verona | Scenari Visibili, Lamezia Terme</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2009</span><br />
Clipa Aduma Festival, Israele | Premieres Festival, Strasburgo | Punta Corsara, Scampia | Pim Spazio Scenico, Milano | Teatro San Martino, Bologna | CSS, Udine | Teatro Rossini, Civitanova Marche | Teatro Kismet, Bari | Teatro Rossini, Pesaro | Conflitti, Pisa | In Teatro, Roncadelle</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2008</span><br />
Ars Amando, Amandola | OperaEstate Festival, Bassano del Grappa | Incontemporanea, Tagliolo | Lula Teatro Festival, Lula | Primavera dei Teatri, Castrovillari | Furore – Danze no Stop, Tuscania | Teatri di Vetro, Roma | Biennale dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo, Bari | Incontri Teatrali, Lugano | Mekanè, Roma | Aksè, Longiano | Centro di Palmetta, Terni</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2007</span><br />
Sguardi, Castelmaggiore | Notte Rosa, Mantova | Zoom Festival, Scandicci | Rialto Sant’Ambrogio, Roma | Kilowatt Festival, Sansepolcro | Itinerario Festival, Cesena | Anomalie, Roma | Giostra di Maggio, Fidenza | Installer, Roma</p>
]]></content:encoded>
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		<title>home</title>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 16:31:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[home]]></category>

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		<description><![CDATA[]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[  <!-- Easing Slider -->
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		<title>Retour</title>
		<link>http://www.mutaimago.com/retour/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Feb 2011 12:36:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[On tour]]></category>
		<category><![CDATA[Performance]]></category>

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		<description><![CDATA[2010

Succede spesso nei sogni. Camminiamo, ma c’è qualcosa che impedisce il passo, che trattiene i muscoli. E siccome nei sogni è sempre vera una cosa e insieme il suo opposto, si cammina, ma nello stesso tempo non si riesce a camminare. Si procede, ma non si arriva mai.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione e realizzazione Riccardo Fazi, Claudia Sorace<br />
assistenza tecnica Maria Elena Fusacchia, Alfredo Ritondale, Massimo Troncanetti<br />
vestiti di scena Fiamma Benvignati<br />
organizzazione Manuela Macaluso, Martina Merico, Maura Teofili</h4>
<h4 style="text-align: justify;">con Oya Bacak, Chiara Caimmi, Riccardo Fazi, Vito Gennaro Giacalone, Valia La Rocca, Ilaria Mancia, Cristina Rocchetti, Valerio Sirna</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2011</h4>
<p style="text-align: justify;">Succede spesso nei sogni. Camminiamo, ma c’è qualcosa che impedisce il passo, che trattiene i muscoli. E siccome nei sogni è sempre vera una cosa e insieme il suo opposto, si cammina, ma nello stesso tempo non si riesce a camminare. Si procede, ma non si arriva mai.<br />
Di giorno tutto sembra più lineare. Mi pongo degli obiettivi, mi prefiggo degli scopi, il percorso sembra chiaro. Così la mattina mi alzo, mi lavo, mi vesto e inizio la mia giornata. Mi muovo, cammino, faccio tutte le attività dovute. Giro da una parte all’altra. A volte il movimento è frenetico, altre meno, ma sempre continuo. Scivolo senza accorgermene in un incantamento, dove non c’è esito al camminare, non c’è meta allo spostamento. Come raccontava quel sogno: la strada procede senza arrivo, e io continuo con il mio incedere.</p>
<p style="text-align: justify;">Continua l’indagine sulla relazione tra l’uomo e lo spazio. In particolare la questione ora si concentra sul continuo movimento a cui siamo costretti. Che qualita’ ha il nostro continuo spostarci nello spazio? Che sensazioni evoca?<br />
L’impressione di un movimento continuo, moltiplicato, numeroso: il suo scintillio, la sua delicatezza armonica. Una quantità in(de)finita di figure attraversa uno spazio finito, un taglio di spazio, un’inquadratura. Il loro movimento è ininterrotto, ininterrotte ne sono le direzioni e la visione. Questa è la proiezione. Dietro di essa un movimento circolare, unidirezionale e quindi senza direzione. Un falso movimento che genera l’impressione di un movimento reale. Crediamo di muoverci, in realtà stiamo fermi.</p>
<p><span style="color: #808080;"><strong>Circuitazione</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">2011</span><br />
Reload, Roma</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Muro</title>
		<link>http://www.mutaimago.com/wall/</link>
		<comments>http://www.mutaimago.com/wall/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 10 Jan 2011 17:54:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Installazioni]]></category>
		<category><![CDATA[On tour]]></category>

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		<description><![CDATA[2010

Un muro per proteggere la memoria di un luogo. Come succede quando, durante una guerra o un’invasione, si è costretti a fuggire di corsa, e, per mettere in salvo documenti importanti, li si nasconde dietro una parete, perché non vengano trovati o distrutti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione e realizzazione: Riccardo Fazi, Claudia Sorace</h4>
<h4>produzione: Muta Imago 2010</h4>
<p>&nbsp;</p>
<p>Nel giugno 2010 Pietro Gaglianò, curatore di arte contemporanea, ci ha chiesto di partecipare con un’opera ad un suo nuovo progetto particolare. Nella mail che ci mandò quel giorno scriveva:</p>
<p style="text-align: justify;"><em>“Il progetto nasce dal bisogno di rilevare una geografia emotiva e intellettuale, di fare il punto sullo stato della consapevolezza globale e della responsabilità individuale, di amplificare l&#8217;interrogativo sulle ragioni dell&#8217;arte attraverso strumenti e dispositivi di partecipazione non convenzionali.<br />
Artisti, curatori, studiosi, professionisti di diverse discipline, partecipano con un contributo formale o teorico per creare un archivio sul concetto di muro, inteso nella sua declinazione geopolitica, sociale, morale. I materiali pervenuti sono di qualsiasi natura e formato: video, foto, disegni, o altre opere. O video o foto di altre opere. Un ritaglio di giornale, un oggetto. Una dichiarazione verbale. Una bibliografia di libri e riviste. Un libro, una rivista. Una cartolina. Qualsiasi cosa. Tutto verrà raccolto e catalogato in un archivio che sarà reso disponibile anche on line. Che come tutti gli archivi è aperto a ogni esito, perituro o immortale, a scadenza o sconfinato.”</em></p>
<p style="text-align: justify;">Ci è subito piaciuta la natura nomade e peritura ma allo stesso tempo duratura e sconfinata del progetto.<br />
Così abbiamo pensato che sarebbe stato bello chiudere ogni volta l’archivio dietro a un muro, per preservarlo. Come succede quando, durante una guerra o un’invasione, si è costretti a fuggire di corsa e per mettere in salvo documenti, carte, fotografie, in poche parole la memoria di un luogo, la si nasconde dietro una parete, la si mura perché non venga trovata o distrutta.<br />
Ogni volta arriviamo, tiriamo su una parete e muriamo l’archivio. Chi vorrà visitarlo dovrà compiere un gesto, un’azione eclatante, una presa di posizione: abbattere un muro per poter entrare.</p>
<p style="text-align: justify;">L’archivio si muove di città in città, e con lui il muro che lo nasconde.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #808080;"><strong>Circuitazione</strong></span></p>
<p><span style="color: #ff0000;">2011</span><br />
Reload, Roma</p>
<p><span style="color: #ff0000;">201o<br />
<span style="color: #000000;">Private Flat #6, Firenze</span></span></p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>Comeacqua</title>
		<link>http://www.mutaimago.com/comeacqua/</link>
		<comments>http://www.mutaimago.com/comeacqua/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Feb 2010 12:29:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Archivio]]></category>
		<category><![CDATA[Spettacoli]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.undertakers.it/test/?p=1565</guid>
		<description><![CDATA[2006/07

Prendiamo l’acqua, e poi una corda, dei sacchetti di plastica e un tavolo di ferro. Del tavolo facciamo casa, nave e tempesta. L’acqua la chiudiamo nei sacchetti e da lí tiriamo fuori oggetti che creano mondi e visioni.
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>ideazione: Glen Blackhall, Riccardo Fazi, Simona Frattini, Fabio Ghidoni, Claudia Sorace, Massimo Troncanetti<br />
vestiti di scena: Fiamma Benvignati</h4>
<h4>con Glen Blackhall, Simon Blackhall</h4>
<h4>produzione Muta Imago 2006-07</h4>
<p style="text-align: justify;">Prendiamo l&#8217;acqua,  e poi una corda,  dei sacchetti di plastica e un tavolo di ferro.</p>
<p style="text-align: justify;">Del tavolo facciamo casa,  nave e tempesta. L&#8217;acqua la chiudiamo nei sacchetti e da lí  tiriamo fuori oggetti che creano mondi  e visioni. La ghiacciamo e la trituriamo,  l&#8217;acqua,  per capire come funzionano le cose;  la facciamo cadere dall&#8217;alto perché quando ci si separa non può che fare brutto tempo;  la tagliamo via dal corpo, la illuminiamo e la sbattiamo nei vetri,  perché bisogna crescere;  la coloriamo e la soffiamo nei tubi,  perché ci si possa capire; ci balliamo sopra,  nudi come bambini,  perché la vita non è un cerchio,  ma una spirale.</p>
<p style="text-align: justify;">Se dovessi scrivere delle note di drammaturgia su <em>comeacqua</em>, oggi che lo spettacolo è compiuto, definitivo nella forma e nei contenuti, probabilmente la prima cosa che farei sarebbe riattraversarlo per intero, lo spettacolo, a mente, ad occhi chiusi, per cercare di capire cosa riesce ancora  a dirmi.<br />
Mi soffermerei sulle singole scene, rifletteri sul lavoro nel suo insieme,  ne immaginerei i colori e i movimenti per cercare di strappargli un cuore centrale,  che possa avere senso,  per me,  adesso.<br />
Ne scoprirei  tanti di cuori,  perché <em>comeacqua</em> non ne ha mica solo uno,  finirei per dover scegliere di quale parlare a scapito degli altri,  finirei per cercare parole giuste che sembrino nuove,  finirei per rovistare tra le righe di testi che ho incontrato ultimamente e che in un modo o nell&#8217; altro mi hanno ricordato lo spettacolo,  per parti e per intero.<br />
Finirei per fare qualcosa di insincero.<br />
Piuttosto, allora, torno indietro, a quei giorni di aprile di qualche tempo fa. Ripercorro il lavoro iniziale,  le fonti fondative utilizzate allora per la prima volta.<br />
Per caso trovo un brano di Conrad che avevo dimenticato, appare sottolineato con convinzione,  tracciato più volte.<br />
Di solito,  quando ritroviamo nostri segni autografi sulle pagine di libri letti in passato,  capita di provare una specie di strano imbarazzo,  di percepire una distanza tra il nostro io di allora e le motivazioni che lo spinsero a tracciare quei segni a matita e il nostro io di adesso che li ritrova  e sorride,  quasi paterno.<br />
Questo brano qui però lo prendo,  lo trascrivo e lo rileggo.<br />
E capisco perché lo avevo scelto tra gli altri. E perché lo sceglierei ancora oggi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>&#8220;Non c&#8217;è bisogno che vi dica cosa significhi girovagare in un&#8217;imbarcazione aperta. Ricordo notti e giorni  di calma in cui si vogava, si vogava e l&#8217;imbarcazione sembrava non muoversi affatto, come ammaliata entro il cerchio dell&#8217;orizzonte del mare. Ricordo il caldo, le piogge, i diluvi che ci costringevano ad aggottare per salvare la vita (ma che riempivano il nostro barile) e ricordo sedici ore filate con la bocca riarsa come cenere e con un remo di governo sulla poppa per tenere il mio primo comando  dritto di prua contro i frangenti.<br />
Non avevo saputo fino ad allora quanto valessi.<br />
Ricordo le facce tirate,  l&#8217;aria abbattuta dei miei due uomini e ricordo la mia gioventù e la sensazione che non potrà mai più tornare &#8211; la sensazione di poter durare in eterno, di poter sopravvivere al  mare, alla terra e a tutti gli uomini; la sensazione ingannevole che ci alletta alle gioie, ai pericoli, all&#8217;amore fraterno, agli sforzi vani &#8211; alla morte; la trionfante convinzione di forza, il calore della vita nel pugno di polvere, l&#8217;ardore del cuore che ogni anno si fa incerto,  si fa freddo, si fa piccolo, si estingue &#8211; e si estingue presto, troppo presto &#8211;  prima della vita stessa.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: justify;">Vale ancora.  Il senso è lo stesso.</p>
<p style="text-align: right;">Riccardo Fazi</p>
<p><span id="more-1565"></span><br />
<strong><span style="color: #555555;">Circuitazione</span></strong></p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2009</span><br />
Teatro Fondamenta Nuove, Venezia</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2008</span><br />
Teatro 12, Cesenatico | Teatro Arvalia, Roma | Insoliti Festival, Torino</p>
<p style="text-align: justify;"><span style="color: #ff3706;">2007</span><br />
Spazio Off, Trani | Teatro Sociale, Valenza | Contemporaneamente, Roma | Terre d’Acqua, Casalmaggiore | Teatri di Vetro, Roma | Mekanè, Roma</p>
]]></content:encoded>
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