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Don Giovanni (Looking For)

ideazione e regia: Riccardo Fazi, Claudia Sorace
drammaturgia e suono: Riccardo Fazi
realizzazione scene: Massimo Troncanetti
vestiti di scena: Daniela Pellegrini

con Daniele Fior, Simona Frattini, Jamila Suarez, Roberto Testa

produzione Muta Imago 2006
coproduzione Villa Celimontana Jazz Festival

Il gruppo riscopre e reinventa il mito di Don Giovanni. A partire da uno studio dei lavori di Tirso de Molina, Molière e del libretto mozartiano, è stata realizzato uno spettacolo costruito sull’interazione tra i quattro attori e la grande struttura scenica composta di tre cubi di legno di grandezze differenti e una piscina. Attraverso la manipolazione costante degli elementi scenici e una intensa e precisa coreografia di azioni, gli attori/performer cercano di dare corpo alle storie connesse con i personaggi protagonisti del mito, storie che prendono vita e muoiono alla stessa velocità con cui vengono costruite.

Riccardo: Lavorare a Don Giovanni non è stato affatto facile. Per il contesto, per l’importanza della scenografia, per il poco tempo di prove che potevamo permetterci. Ma soprattutto, almeno dal mio punto di vista, per due ragioni. La prima è che era passato un sacco di tempo dall’ultima volta che avevamo lavorato insieme a partire da un testo pre-esistente, per la precisione dal saggio di diploma di Claudia, Il Racconto d’Inverno di Shakespeare: da due anni ormai lavoravamo solamente su materiali originali. La seconda era la natura stessa del personaggio trattato. Che più che un personaggio è un mito. Don Giovanni non è Amleto, non è Antigone, e lo avevamo capito subito. Intorno a lui non c’è una storia vera e propria, un plot. Sí, c’è l’uccisione del commendatore, la disperazione di Donna Anna, la statua, la sfida finale, ma la natura di Don Giovanni è ripetitiva, circolare, non lineare. La sua storia è una spirale di azioni rivoluzionarie cui solo l’intervento divino pone fine. Materiale difficile, da un punto di vista drammaturgico.
Il Don Giovanni di Tirso, quello di Molière, quello di Mozart, di Puskin, di Frisch: sono tutte variazioni su quella che a Claudia è sembrata fin dall’inizio la figura principale: l’inno alla vita che Don Giovanni stesso rappresenta. Quello bisognava strutturare, drammatizzare, a quello bisognava dare forma. Rifiutammo subito l’idea di scegliere un testo particolare e lavorare su quello (malgrado all’inizio lavorai alla composizione di un testo formato da pezzi diversi dei vari Don Giovanni, una specie di ur-testo dongiovannesco) volevamo applicare al mito il nostro modo di lavorare, che procede per suggestioni, immagini, situazioni, momenti, atmosfere, azioni. Seguendo Kirkegaard, ci affezionammo soprattutto al Don Giovanni mozartiano; nella musica di Mozart si rispecchiava l’essenziale: la disperata lotta per la vita di un’anima libera. A questo volevamo rimanere attaccati, per il resto, volevamo scarnificare tutto quello che consideravamo cornice. Quella lotta, quell’energia volevamo mettere in scena. Partendo da un dato fondamentale. Don Giovanni per noi era morto, non esisteva più. E noi, disperatamente, andavamo in scena per cercarlo.

Claudia: Per far questo bisognava in primo luogo creare la situazione giusta, fisicamente intendo. Avere un ostacolo contro cui lottare e avere attori forti, che quando si muovono non muovono solo il corpo, ma anche lo spazio intorno a loro. Soprattutto un gruppo che lavorasse d’ensemble per esprimere con la sua sola presenza la natura profonda di questo mito. In più c’è un altro elemento che è stato fondamentale al momento della progettazione: il nostro Don Giovanni appariva la notte in un Parco, dopo un concerto jazz. Le visioni di Don Giovanni, e la visione dello spettacolo coincidono nell’idea dei tre cubi di misure diverse. E sono i cubi stessi l’ostacolo e il punto d’incontro necessario ai nostri quattro attori per far apparire e scomparire momenti di vita, frammenti di storie, ricordi del nostro mito. In uno spazio aperto i cubi ci permettevano di far posare lo sguardo in un punto, di essere il fuoco della visione, ma allo stesso tempo un fuoco dinamico, che potesse ribaltarsi da un momento all’altro, manovrato dagli stessi attori. Il Parco era il nostro alleato, perché è dal buio e dal silenzio degli alberi che iniziava il nostro racconto, ed era a quello che tornavamo quando tutto era distrutto e non c’era più possibilità di andare avanti.